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Branca Doria: un genovese nell’Inferno di Dante

Dante Alighieri, a poco più di 700 anni dalla sua morte, suscita in noi ancora molta passione ed interesse, perché nella sua Divina Commedia ha raccontato il genere umano nei suoi pregi ma anche nei suoi limiti.

Ma cosa pensava dei genovesi il sommo poeta?

In viaggio per l’Inferno

Lasciamoci quindi accompagnare da Dante nei gironi infernali. Nel XXXIII canto, Dante arriva nel IX e ultimo cerchio dell’Inferno (ricordiamo che, per il sommo poeta, più si scendeva in basso maggiore era la gravità del peccato commesso), dove scopre un lago ghiacciato nel quale i colpevoli dei tradimenti espiano in modo differente le loro colpe.

Nella Caina sono puniti i traditori dei parenti, nell’Antenora ci sono i traditori della patria (è celebre il ritratto che qui fa Dante delle vicende legate al conte Ugolino), nella Tolomea i traditori degli ospiti, nella Giudecca ci sono i traditori dei benefattori.

Appena dopo aver incontrato il conte Ugolino, Dante si imbatte in un frate, Alberigo, che espia la sua colpa essendo imprigionato nel ghiaccio col volto all’insù. Qui i dannati sono condannati ad un pianto senza fine, ma le lacrime gli si congelano nelle orbite degli occhi formando come delle patine di cristallo che non permettono loro di sfogare il dolore, accrescendo ulteriormente la pena.

Dante si stupisce di trovarlo perché lo sa ancora in vita, ma frate Alberigo gli spiega che, nei traditori degli ospiti, l’anima destinata alla Tolomea vi finisce lì ancor prima che il corpo termini la sua esistenza terrena, mentre quest’ultimo viene lasciato in balìa di un demone fino alla sua morte naturale.

Gli presenta quindi un altro suo compagno di pena che è con lui già da molti anni: Branca Doria.

Chi è Branca Doria?

Egli fu membro di una delle più nobili famiglie di Genova e un importante uomo politico del suo tempo. Sposò Caterina, figlia di Michele Zanche, signore di Logudoro in Sardegna.

Cinico ed ambizioso, era disposto a tutto per usurpare il titolo del suocero. Così organizzò un grande banchetto nella sua tenuta di Nurra, in Sardegna, al quale invitò il suocero e poi, dopo aver festeggiato a lungo, a fine banchetto, ne ordinò l’uccisione e addirittura lo smembramento del cadavere alla presenza del cugino Barisone Doria.

La vita di Branca Doria fu condotta all’insegna di costanti crudeltà e violenze, ma anche la sua morte avvenne in modo brutale. Catturato a Sassari durante una sommossa, venne assassinato.

Narra la leggenda che il fantasma di Branca Doria si aggiri ancora tra i carruggi genovesi, nei pressi del suo palazzo in Piazza San Matteo, a pochi minuti da Piazza De Ferrari. Si dice anche che alla notte entri nella vicina chiesa di San Matteo (che anticamente era la chiesa nobiliare della famiglia Doria), posi la sua mano su una colonna e poi svanisca nel nulla. E su quella colonna c’è ancora un’ampia macchia di sangue, la traccia del delitto che fece finire Branca Doria tra i ghiacci della Tolomea.

L’invettiva di Dante verso Genova

Dante potrebbe quindi passare oltre, ma invece lancia una dura invettiva contro Genova, piena di uomini estranei ad ogni buona usanza e pieni di vizi, che dovrebbero essere dispersi nel mondo:

Ahi, Genovesi, uomini diversi

D’ogni costume e pien d’ogni magagna,

Perché non siete voi del mondo spersi?

Ci vien da chiedere quale possa essere il motivo di tale astio.

Pare che Branca Doria e Dante si conoscessero e che a far scoccare una reciproca antipatia fu un incontro a Genova al cospetto dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo quando questi arrivò in Italia. In occasione di tale visita, i nostri due protagonisti non solo se le dissero di tutti i colori, ma si arrivò probabilmente a darsele di santa ragione.

Come racconta il Foglietta, nei suoi racconti, il Poeta, giunto a Genova, “fu solennemente bastonato sulla pubblica via dagli amici e dai servi di Brancaleone. Da questa offesa, non potendo il Sommo, vendicarsi con le mani, si vendicò con le parole e la penna”.

Dove alloggiare

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